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Ok, guardiamo avanti

OK, guardiamo avanti!

Parlare di Risk Management e di Crisis Management in questi giorni è di moda.

Ma come tutte le mode, o stai al passo coi tempi e passi per ridicolo vedendo certe sfilate, o stai al passo coi tempi e gli occhi sono puntati su di te per quanto sei elegante (in quest’ultimo caso, ogni riferimento a Giorgio Armani non è casuale…)

Proprio ieri, navigando (sarebbe stato meglio usare un altro termine, ma la mia posizione me lo impedisce) sui social, mi è comparsa la pagina di un’azienda che propone servizi di Business Continuity. Ovviamente senza fare nomi, mi sono notevolmente adirato (vedi la parentesi sopra) perché il messaggio che fanno passare è che basti una webcam, un monitor come si deve e un software gratuito per permettere di attivare la business continuity (occhio alle minuscole…).

Ma chi vogliono prendere in giro?

Poi per forza che aziende di consulenza come la mia si trovano a dover affrontare i titolari di PMI che “credono” che bastino 3000€ per fronteggiare la prossima crisi!

La Business Continuity è una cosa seria e passa obbligatoriamente attraverso un processo di Enterprise Risk Management che deve toccare prima di tutto la coscienza dei titolari delle aziende e poi anche dei collaboratori.

Se è meglio un approccio Top Down o Bottom Up è tutto da scoprire; assieme all’azienda ovviamente!

In questi giorni si sprecano sondaggi “sulla percezione” del momento e di cosa ci si aspetta dal futuro e il denominatore comune di queste analisi è il pessimismo, condito anche e soprattutto da troppa informazione errata e tendenziosa, facilitatrice del disfattismo.

Io voglio provare a guardare avanti, come scritto nel titolo.

Facciamo riferimento al grafico (home made) di cui sotto: questo è per metà il classico grafico che viene proposto quando si parla di Business Continuity – la parte sinistra, ovvero l’andamento storico del fatturato (per esempio) che si manifesta stabile (ipotesi) fino al momento in cui interviene l’effetto dirompente (in questo caso il CoVid19) e lo fa crollare così repentinamente da mettere in discussione la sopravvivenza dell’attività.

Da quel momento, passa un certo lasso di tempo (elemento variabile #iorestoacasa) in cui il fatturato si mantiene sotto i livelli attesi e durante il quale l’imprenditore dovrebbe mettere in atto la politica di Crisis Management opportunamente e approfonditamente studiata in precedenza.

E qui intervengo a gamba tesa, scrivendo che questa analisi DEVE essere fatta in tempi di tranquillità operativa, con cognizione di causa e con persone qualificate (evitare perditempo!) che magari hanno anche una certificazione riconosciuta a livello internazionale – si veda a proposito la certificazione RIMAP – e che sanno indirizzare correttamente le aziende sulle procedure da adottare in ambito di analisi dei rischi.

(n.d.r. tali persone si chiamano Risk Manager e non responsabili del vattelapesca)

Torniamo al grafico.

Dal momento in cui termina il periodo di crisi (chiusura dell’attività p.e.) si possono manifestare 3 scenari (ovviamente sono considerazioni personali e basate sui risultati di analisi predittive fatte in base a numeri ipotizzati).

 

Scenario A

L’azienda non ha redatto un piano di Business Continuity (nemmeno una attenta analisi dei rischi) e pertanto ha navigato a vista, sperando che #andràtuttobene e che i disegni degli arcobaleni sulle lenzuola, i flash mob di mezzogiorno e delle 18, le serenate dai balconi e gli applausi, abbiano salvato i proprietari e i dipendenti dalla rovina.

Maledetto il giorno in cui è arrivato CoVid e maledetto il governo che come al solito salva Alitalia e la Fiat ma non “Il paradiso della Brugola snc” (non me ne voglia nessuno se dovesse esistere davvero un’azienda con questo nome; lunga vita alla Brugola!).

Scenario B

L’azienda ha un piano di Business Continuity e lo mette in atto fin da subito al sorgere dell’evento dannoso così che si rimette in moto e ritorna in tempo ragionevole agli standard abituali.

E magari nel frattempo è anche riuscita a fare una donazione all’Ospedale della sua città perché sa che là dentro ci sono eroi come il papà imprenditore che ha fatto grande l’azienda e che l’ha lasciata in mano a dei figli capaci e soprattutto consapevoli che senza l’aiuto di persone qualificate (i cosiddetti Stakeholders interni ed esterni all’azienda) sarebbe finito tutto in breve tempo.

Scenario C

E poi ci sono quelle aziende che sicuramente fanno parte della categoria dello scenario B, ma anche quelle che gioco forza (meglio definito come “Fattore C”) si troveranno a dover fronteggiare dei picchi inaspettati di lavoro sia per riempire gli spazi vuoti dei magazzini dei loro clienti, sia per riempire gli spazi vuoti della natura umana che avrà bisogno di ritrovarsi al ristorante, al bar o nei giardini pubblici per tornare ad abbracciarsi e a farlo sapere a tutti…

 

Quindi: o si ha la fortuna di avere il culo bello e lo si tocca spesso per sperare di ricadere nella categoria delle aziende che disegneranno la linea dello scenario C, oppure ci si adopera per pianificare un’Analisi dei Rischi come si deve (evitando certi suggerimenti di Irresponsabili della qualità) e trovarci pronti per qualsiasi evenienza trasformando la possibile crisi in opportunità di fare bene e magari anche meglio.

 

 

P.S. Sono stato un Responsabile della Qualità e oggi sono Risk Manager. Perdonate se uso frequentemente parole “contro” i responsabili della qualità, ma troppo spesso in questi ultimi anni la loro figura è deviata dall’effettivo ruolo che dovrebbero ricoprire. E troppo spesso si rifugiano ancora in tecnicismi burocratici senza dare valore aggiunto alle aziende in cui operano. Spesso nei miei articoli richiamo l’attenzione sulla necessità di modificare il ruolo e di imparare le tecniche di Risk Management e di applicarle; solo attraverso questa evoluzione si potrà tornare a parlare di Vera Qualità in azienda.

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