Decidiamo davvero in modo razionale?
Due persone possono guardare la stessa situazione e vedere cose completamente diverse. E non è detto che una abbia ragione e l’altra torto.
Mi capita spesso di pensarci, nel mio lavoro e nella vita di tutti i giorni.
Davanti alla stessa opportunità, c’è chi vede una possibilità di crescita e chi teme di mettere a rischio ciò che ha costruito. Davanti allo stesso problema, c’è chi vuole intervenire subito e chi preferisce aspettare. E quando si tratta di prendere una decisione importante, soprattutto in azienda, queste contrapposizioni possono fare la differenza, nel bene e nel male.
In più, siamo solitamente convinti che le nostre decisioni siano razionali, che basti raccogliere le informazioni, analizzare i dati, valutare le alternative e scegliere la soluzione che riteniamo migliore.
Ma siamo davvero sicuri che funzioni così?
Non decidiamo soltanto sulla base dei fatti
Pensiamo a un imprenditore che deve decidere se investire, entrare in un nuovo mercato o cambiare il modo in cui lavora la sua azienda.
Ci sono i numeri, le previsioni, i costi, i possibili ritorni e i rischi da valutare.
Poi, però, ci sono anche le esperienze passate, la fiducia nelle persone, la paura di sbagliare, il timore di perdere un’occasione. E magari quella vocina che dice: «Finora abbiamo sempre fatto così e ha funzionato, perché cambiare?».
Tutti elementi che, in un modo o nell’altro, entrano nella decisione. Il problema è che non sempre ce ne rendiamo conto.
Spesso, infatti, cerchiamo soprattutto le informazioni che confermano ciò che pensiamo già, diamo troppo peso a un’esperienza negativa o continuiamo a difendere una scelta perché ammettere di aver sbagliato sarebbe difficile. E possiamo persino costruire una spiegazione molto convincente per giustificare una decisione che, in realtà, avevamo già preso.
Avere delle buone ragioni per una scelta non significa necessariamente aver valutato bene tutte le alternative.
È una distinzione sottile, ma importante.
Quando tutti sono d’accordo, mi preoccupo un po’
C’è un’altra cosa che mi interessa molto, soprattutto quando ragiono di rischi organizzativi.
Le decisioni aziendali non dipendono soltanto da chi decide: dipendono anche da chi porta le informazioni, da chi esprime un dubbio e da chi, invece, preferisce tacere.
Immaginiamo una riunione in cui l’imprenditore presenta una decisione importante.
Tutti annuiscono. Nessuno fa obiezioni. Si conclude rapidamente e si passa al punto successivo. Tutto bene? Forse sì. Oppure no.
Magari qualcuno ha notato una criticità, ma non vuole contraddire il capo. Qualcun altro pensa che la decisione sia già stata presa e che intervenire non serva. Un altro ancora non vuole essere quello che rallenta il gruppo.
Il risultato è che una decisione viene presa senza che tutte le informazioni disponibili siano davvero emerse. Ecco perché il silenzio non è necessariamente consenso.
Per me questo è un altro dei People Risks che andrebbe considerato: il rischio che un’organizzazione non riesca a vedere una vulnerabilità perché le persone che potrebbero segnalarla non lo fanno, non sempre perché non se ne accorgono, ma anche perché, a volte, non si sentono nelle condizioni di parlare.
Allora la domanda che dovremmo farci non riguarda soltanto la qualità della decisione, ma anche il contesto in cui viene presa.
- Le persone possono mettere in discussione un’idea? Possono dire al proprio responsabile che qualcosa non le convince? Possono segnalare un errore senza temere di pagarne le conseguenze?
Sono domande che riguardano la leadership, la cultura aziendale e, inevitabilmente, il Risk Management.
Il punto di vista diverso è un rischio, ma anche un’opportunità
Se una persona vede un’opportunità e un’altra vede un rischio, chi dobbiamo ascoltare?
Io credo che dovremmo ascoltarle entrambe.
Non perché tutte le opinioni abbiano lo stesso peso, ma perché la differenza di prospettiva può aiutarci a vedere qualcosa che da soli non avremmo considerato.
Chi è più prudente può individuare una vulnerabilità che l’entusiasmo ha messo in secondo piano. Chi è più orientato al cambiamento può riconoscere un’opportunità che la paura di sbagliare ci sta facendo perdere. E così via.
Il confronto può rallentare una decisione, creare tensioni e complicare le cose, ma può anche migliorarle. La differenza sta nel modo in cui gestiamo tale confronto.
Se cerchiamo soltanto conferme, il confronto diventa una formalità; se siamo disposti a mettere in discussione le nostre convinzioni, può diventare uno strumento prezioso.
Questo vale per un gruppo di lavoro, per un consiglio di amministrazione e per chiunque abbia la responsabilità di guidare un’organizzazione.
E vale anche per chi, come me, si trova a guardare le decisioni da due prospettive: quella del Risk Manager e quella dell’imprenditrice.
Perché decidere, a volte, è davvero difficile
Da imprenditrice so che non tutte le decisioni possono aspettare di avere informazioni complete, certezze o il consenso di tutti. A un certo punto bisogna scegliere.
Investire o aspettare. Crescere o consolidare. Delegare o mantenere il controllo. Accettare un rischio oppure rinunciare a un’opportunità.
E non sempre esiste una soluzione che ci faccia stare tranquilli.
Possiamo analizzare i dati, confrontarci con persone competenti, valutare gli scenari, ma alla fine dobbiamo assumerci la responsabilità della scelta e delle sue conseguenze.
Per questo non credo che il compito del Risk Management sia dirci quale decisione prendere in ogni situazione: credo che debba aiutarci a prendere decisioni più consapevoli, a capire su quali ipotesi ci stiamo basando, quali rischi stiamo accettando, quali informazioni potrebbero mancarci e che cosa potrebbe farci cambiare idea. E soprattutto, può aiutarci a distinguere tra un rischio che abbiamo valutato e accettato consapevolmente e uno che stiamo semplicemente ignorando.
E se la vera razionalità fosse saper cambiare idea?
C’è un ultimo aspetto che considero fondamentale.
Una decisione può essere ragionevole sulla base delle informazioni disponibili oggi e rivelarsi inadeguata domani, quando cambiano le condizioni. Questo non significa necessariamente aver sbagliato: significa che dobbiamo essere capaci di rimettere in discussione le nostre scelte.
Eppure, non è sempre facile.
Più abbiamo investito in una decisione, più può diventare difficile riconoscere che qualcosa non funziona. Più ci siamo esposti per sostenerla, più rischiamo di difenderla anche quando emergono segnali contrari.
Ma continuare a difendere una scelta soltanto perché è nostra non la rende migliore. E lo dico per esperienza diretta!
Per me, una parte importante del Risk Management sta proprio qui: osservare ciò che accade, riconoscere quando le ipotesi iniziali non reggono più e avere il coraggio di correggere la rotta. Non per cambiare idea continuamente, ma per non trasformare una decisione passata in un vincolo che ci impedisce di vedere il presente.
La domanda che mi porto dietro
Allora, decidiamo davvero in modo razionale?
Forse non sempre. E sicuramente non possiamo essere razionali in ogni momento.
Tuttavia, possiamo imparare a riconoscere ciò che influenza il nostro giudizio, possiamo cercare il confronto con chi vede le cose diversamente, possiamo creare organizzazioni in cui sia possibile esprimere dubbi e segnalare problemi, possiamo accettare che, qualche volta, la scelta migliore non sia quella che avevamo immaginato all’inizio.
Il rischio, infatti, non dipende soltanto da ciò che accade fuori dall’organizzazione: dipende anche da come interpretiamo quello che accade, da quali informazioni ascoltiamo e quali, invece, lasciamo fuori e, soprattutto, da come decidiamo di agire.
Vi lascio con tre domande:
- Quando dovete prendere una decisione importante, cercate qualcuno che metta in discussione la vostra idea o qualcuno che vi dia ragione?
- Nella vostra organizzazione, le persone si sentono davvero libere di esprimere un dissenso?
- Quando emergono informazioni che contraddicono una decisione già presa, siamo capaci di cambiare idea?
Io credo che il punto non sia avere sempre ragione: il punto è non diventare così convinti di averla da smettere di vedere ciò che potrebbe farci cambiare idea.
E voi, cosa ne pensate?
PS: immagine di copertina creata con l’AI.
