Intervista di Maria Moro a Carolina Benaglio
PMI e gestione del rischio, una questione di sistema
Le piccole e medie imprese continuano a mostrare carenze nella comprensione dei rischi. Se da un lato serve confronto e dialogo per sensibilizzare le aziende sul tema, dall’altro sono richieste professionalità e risposte adeguate in un approccio complementare
La parola chiave che spesso descrive il rapporto delle piccole e medie imprese con il rischio è fatalismo. La frase che gli operatori e i consulenti del rischio si sentono ripetere è “non è mai successo nulla, perché dovrebbe accadere adesso?”. E questo anche quando l’imprenditore conosce i suoi principali rischi.
Se da un lato serve accrescere la consapevolezza dell’esposizione ai rischi, dall’altra è fondamentale che ci sia un sistema, per quanto informale, capace di rilevare le esigenze e di offrire risposte. “Le PMI, se non hanno un interesse di esportazione e per questo una visione più ampia, non pongono attenzione ai segnali che possono annunciare una criticità. Non vale naturalmente per tutti. Le medie imprese, in genere, hanno un approccio più evoluto e maggiore attenzione al tema della gestione del rischio. Il problema è che avvenga l’incontro con professionisti che sappiano dare risposta alle loro esigenze”, osserva Carolina Benaglio, AD di Myr Consulting e nel comitato di formazione di Anra, per la quale si occupa di curare l’espansione del dialogo con le imprese.
Maggiore focalizzazione dal settore assicurativo
Il tema di partenza è quello della sottoassicurazione, attribuita alternativamente alla mancanza di cultura delle imprese, alla carenza di mezzi o alla scarsità di risposte adeguate. Si parla spesso di mancanza di cultura intesa come scarsa conoscenza dello strumento assicurativo, prima ancora che delle pratiche della gestione del rischio. “Il primo ostacolo è far capire che l’assicurazione non è un balzello ma un trasferimento finanziario del rischio legato a un evento avverso, un contratto tra privati con cui una compagnia si assume i costi e l’impresa si garantisce la continuità operativa”. Meno centrale, per Benaglio, è la carenza di risorse, perché se l’impresa comprende il suo vantaggio, il giusto costo del premio non fa da discrimine.
Invece, può avere un peso la mancanza di risposte adeguate, soprattutto per le Pmi. “Le compagnie sono bene organizzate nella personalizzazione dell’offerta alle grandi realtà, frutto di un confronto con le aziende stesse. Per il target medie imprese, se è ragionevole attendersi che i prodotti assicurativi siano standardizzati, lo è meno la scarsa disponibilità nel venire incontro a esigenze specifiche e circostanziate. Su questo aspetto le compagnie medie si mostrano più disponibili delle grandi”, afferma Benaglio.
L’intermediario ha un ruolo importante per il livello di consapevolezza del rischio del cliente e per la soddisfazione delle sue esigenze. C’è un aspetto centrale perché questo avvenga, e cioè che ci siano le competenze e la volontà di lavorare con le imprese: “Accanto a intermediari preparati e che sanno costruire pacchetti assicurativi per il cliente, ce ne sono altri che non aggiornano le coperture dell’impresa. Alcuni preferiscono lavorare con famiglie e professionisti, altri sono più interessati a investire il tempo che serve nella relazione con l’impresa”. È una questione di scelte imprenditoriali, ma anche di occasioni di incontro tra imprese sensibili e intermediari motivati.
Il “risk management washing”
Imprese, compagnie, intermediari, risk manager: è importante distinguere competenze e ruoli che sono complementari. La definizione risk management suona bene, è molto professionale, e si corre il rischio di utilizzarla nel contesto sbagliato. “Si assiste da qualche tempo a un abuso della locuzione. La sottoscrizione di una polizza è solo l’ultimo miglio di un percorso che parte dalla mappatura dei rischi realizzata sul campo – osserva Benaglio – Questa attività deve essere svolta da un risk manager competente, interno o esterno all’azienda. Dopo l’analisi egli consegna una relazione all’imprenditore, che avrà così le informazioni per prendere le decisioni più opportune. Se decide di procedere in risposta a quanto emerso dall’analisi, potrà avvalersi ancora del risk manager in un ruolo di coordinamento”. Se l’impresa è sufficientemente strutturata, si potrà inoltre ricorrere alle risorse interne per costituire un comitato rischi che mantenga l’attenzione sugli obiettivi.
Lo sforzo naturalmente va adeguato se le imprese sono poco strutturate: “In questi casi spetta al professionista comprendere cosa preoccupa di più l’imprenditore, capire di conseguenza come è più opportuno agire e dosare l’impegno dell’azienda in termini di tempi, risorse e budget a disposizione”. Il ruolo del consulente in questo caso è di affiancare e costruire iniziative su misura, così come di trasferire competenze all’interno dell’azienda al fine di creare un modello specifico.
È sempre questione di dati
Arrivati a questo punto, in realtà, si è solo a metà del cammino, perché un modello di gestione del rischio serve a poco se non ci sono le informazioni per alimentarlo. “Un approccio qualitativo come quello che abbiamo descritto serve a costruire la consapevolezza e il metodo, ma per definire un piano di protezione mirato servono le informazioni utili a misurare il rischio e a fare una stima del suo impatto sul business”.
Per le Pmi, poco avezze a misurare tanto l’efficacia dei processi quanto gli effetti degli eventi che le riguardano, significa spesso partire dalla base, recuperare dati che non sono aggregati e neppure organizzati. “La mancanza di informazioni e di dati storici nelle aziende è un problema reale che riguarda tutti gli aspetti della loro attività – spiega Benaglio – Ricostruire una serie di informazioni serve a definire le priorità e, nel caso dei rischi, a mettere in sicurezza quelli che più preoccupano l’imprenditore per poi procedere su aspetti meno urgenti”.
Fare senza lo stimolo normativo
La normativa viene poco in aiuto quando si tratta di sostenere la gestione del rischio e il suo trasferimento.
Lo standard ISO 31000:2018 fornisce i principi e le linee guida per la gestione del rischio nelle organizzazioni, non si tratta però di una norma che porta a certificazione. “Ciò che si avvicina di più a una spinta normativa è la certificazione dei sistemi qualità Uni En Iso 9001/2018, che prevede sia svolta un’analisi dei rischi. In realtà, esulando dalle competenze dei consulenti e degli ispettori, spesso ci si limita a una compliance formale – afferma Benaglio – È invece il D.Lgs. 14/2019, Codice sulla crisi d’impresa, a richiedere l’attuazione di un sistema di gestione del rischio per le aziende oltre i 4 milioni di euro di fatturato, ma i modelli di risk management sono rimasti finora sulla carta”. Guardando all’aspetto assicurativo, uno stimolo può arrivare dal mercato nel momento in cui l’impresa è inserita in una filiera produttiva e i clienti industriali richiedono l’adozione di determinati standard e coperture di responsabilità sull’attività o sul prodotto.
